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I professionisti iscritti alle casse private sono stati penalizzati dai decreti del Governo

Il bonus dei 600 euro è stato esteso anche ai professionisti iscritti alle casse private, il decreto attuativo è stato pubblicato.  Dal mese di aprile gli ingegneri, i commercialisti, gli psicologi, gli avvocati, gli architetti, e tutti i professionisti appartenenti ad un Ordine Professionale, potranno essere risarciti dei danni causati dall’emergenza da COVID-19. Si tratterà di un indennizzo di 600 euro come quello previsto per gli artigiani, i commercianti e i professionisti iscritti alla gestione separata INPS, ma non arriverà indistintamente a tutti come per le categorie citate. Infatti, i professionisti di cui sopra, se vorranno essere risarciti dei danni causati nelle loro attività dall’emergenza COVID-19, dovranno rispettare dei precisi limiti reddituali. Al di sopra dei 50mila euro di reddito non spetterà nessun risarcimento.

E’ un decreto iniquo, che erogherà denaro pubblico indistintamente ad alcune categorie, premiando anche chi non ha subito alcun danno dalla crisi, e ne escluderà altre che sono state concretamente danneggiate dall’emergenza coronavirus.

Il decreto attuativo infatti prevede che ai professionisti iscritti alle casse private di rispettiva appartenenza venga riconosciuto il bonus dei 600 euro a patto che:

  • nel periodo d’imposta 2018, abbiano dichiarato un reddito inferiore a 35mila euro;
  • abbiano subito una limitazione della propria attività a causa dei provvedimenti restrittivi emanati in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVIS-19.

I soggetti che hanno dichiarato redditi, sempre nell’annualità 2018, tra 35mila euro e 50mila euro possono essere risarciti ugualmente, a patto che dimostrino di aver avuto una riduzione di almeno il 33% del reddito del primo trimestre 2020, rispetto al reddito del primo trimestre 2019.

Per quelli che superano i 50mila euro di reddito nell’anno 2018 niente, nessun aiuto dallo Stato.

“Perché la norma parla di calo del reddito e non di calo del fatturato? Parlare di reddito del primo trimestre 2019 a confronto con il reddito del primo trimestre 2020, con il regime di cassa, é sbagliato. Non ci da, nella maggior parte dei casi, un’informazione attendibile sui reali effetti negativi che l’emergenza coronavirus ha causato nell’attività degli studi professionali”.

Chi si occupa di contabilità negli studi professionali sa che i professionisti hanno una contabilità in “regime di cassa”, che significa che il reddito viene calcolato come differenza tra i costi effettivamente pagati e i ricavi incassati. E’ evidente che andare a verificare il reddito del primo trimestre 2020 per confrontarlo con quello del primo trimestre 2019 potrebbe non darci alcuna informazione attendibile sull’effettiva situazione reddituale del contribuente anzi, al contrario, è frequente che ci dia un segnale distorto. Si pensi ad un commercialista che ha incassato nel mese di gennaio 2020 le parcelle dell’ultimo trimestre 2019, avrebbe un trimestre 2020 effettivamente “ricco” a confronto del primo trimestre 2019, con la conseguenza che non sarebbe in grado di dimostrare il calo del 33% richiesto dalla norma.

Perché prendere a riferimento un intero trimestre, quando l’emergenza coronavirus si è manifestata da marzo in poi?

Perché considerare un intero trimestre al fine di valutare l’eventuale riduzione dell’attività lavorativa? L’emergenza in Italia ha travolto le vite degli italiani a partire dal mese di marzo, perché mai un professionista dovrebbe dimostrare di aver perduto redditi nei mesi di gennaio e febbraio 2020 rispetto ai mesi di gennaio e febbraio 2019? E’ evidente che le ripercussioni sulle nostre attività ci sono da questo mese di marzo e ci saranno nei mesi futuri, nei mesi di gennaio e febbraio dormivamo sonni sereni e il problema sembrava lontano. Saranno ripercussioni forti e dirette che incideranno sul fatturato, e molti di noi nei  prossimi mesi dovranno “aiutarsi da soli” perché saranno esclusi da questo piccolo aiuto economico. Un ingegnere che ha lavorato bene nei mesi di gennaio e febbraio 2020 ma che poi ha avuto un tracollo nel mese di marzo (e subirà ancora un blocco degli incassi nei prossimi mesi) non ha forse avuto un danno economico? Certo che si, ma molto probabilmente non potrà essere aiutato dallo Stato perché, avendo incassato bene nei mesi di gennaio e febbraio 2020 (pre-coronavirus), non sarà in grado di dimostrare il calo del 33% rispetto al 2019.

 

“Si creerà una guerra tra poveri all’interno della stessa categoria di professionisti”.

Un avvocato in contabilità ordinaria con 41mila euro di reddito nel 2018, per godere del bonus dovrà dimostrare di aver avuto una riduzione del reddito nel primo trimestre 2020 rispetto al primo trimestre 2019. Per eseguire questo calcolo, dovrà chiamare il commercialista per chiedergli di chiudere la contabilità del primo trimestre 2020 e, ovviamente, questo impiegherà qualche giorno per caricare in contabilità tutte le fatture del trimestre. Un collega avvocato nelle stesse condizioni, con 41mila euro di reddito nel 2018, ma nel regime forfettario, sarà avvantaggiato. Infatti potrà calcolare il reddito del primo trimestre applicando il 78% al fatturato, senza attendere l’aggiornamento della contabilità da parte del commercialista. Il risultato è che l’avvocato in regime forfettario potrà inviare immediatamente la domanda alla cassa forense, il collega in regime ordinario riuscirà ad inviare la domanda soltanto fra qualche giorno, quando con ogni probabilità i fondi saranno finiti (vista la limitatezza delle risorse a disposizione).

“Si creerà una guerra tra poveri tra commercianti e professionisti, tra professionisti ordinistici e professionisti non ordinistici”.

E’ ingiusto inserire un limite di reddito massimo oltre il quale non spetta il bonus. Per nessun altro contribuente è stato posto un limite, solo per i professionisti con casse private.

Il decreto cura Italia ha previsto aiuti per tutti i commercianti, artigiani e professionisti iscritti alla gestione separata INPS, senza nessun requisito e/o limite reddituale da dimostrare! Perché solo per i professionisti iscritti alle casse private è previsto che non si possa usufruire del bonus al di sopra dei 50mila euro di reddito lordi? Non stanno forse subendo i danni dell’emergenza coronavirus al pari dei propri cugini professionisti iscritti alla gestione separata INPS? Non stanno forse subendo i danni di questa crisi al pari dei commercianti e degli artigiani? Perché escluderli dal risarcimento?

Secondo questa norma, un commerciante che nel 2018 ha dichiarato un reddito di 1 milione di euro ha diritto al bonus dei 600 euro! Un consulente della pubblica amministrazione iscritto alla gestione separata INPS che ha dichiarato 200mila euro nel 2018 ha diritto al bonus dei 600 euro! Un commercialista che ha dichiarato 51mila euro nel 2018 no, non ha alcun diritto al risarcimento, come se non stesse patendo gli effetti della crisi pure lui.

Purtroppo è esattamente il contrario! Con ogni probabilità, un consulente della pubblica amministrazione lavora prevalentemente da casa sostenendo solamente i costi delle utenze (adsl, energia elettrica) e del carburante per recarsi periodicamente presso l’ente al quale presta consulenza. Il commercialista con uno studio professionale invece si trova a resistere in questi mesi difficili cercando di garantire gli stipendi ai dipendenti e di sostenere i costi dello studio, a fronte di incassi che non arriveranno sino a che i clienti non si rimetteranno in marcia con l’attività.

Perché probabilmente non è chiaro ai non addetti ai lavori: un professionista che ha dichiarato 50mila euro di reddito lordo non è ricco! Se deve portare avanti uno studio professionale con uno o due dipendenti, ha bisogno di essere aiutato al pari degli altri professionisti. Perché 50mila euro lordi, al netto di 15mila euro di IRPEF, 5mila euro circa di cassa previdenziale, 2mila euro circa di IRAP, IMU/TASI e tributi locali vari parzialmente deducibili, si traducono concretamente in un buon stipendio di un impiegato statale, niente di più.

Perché prendere a riferimento i redditi del 2018? E’ scorretto prendere a riferimento i redditi 2018, sempre per il problema del regime di cassa ma anche perché è un dato reddituale vecchio.

Prendere a riferimento il reddito dichiarato nel 2018 è sbagliato.

Innanzitutto perché si tratta di un reddito “datato”. Infatti, per fare una fotografia reddituale più vicina alla realtà, si doveva prendere a riferimento il 2019. E gli strumenti per identificarlo c’erano (fatture elettroniche, liquidazioni periodiche trimestrali, ecc.). Ma anche concedendo al legislatore la scusante che recuperare i redditi 2019 sarebbe stato un “lavoraccio” ingrato a fronte del poco tempo a disposizione, rimane comunque il problema della contabilità per cassa. Il reddito 2018 sarebbe potuto essere un dato prendibile a riferimento solamente in un regime per competenza, in cui tutti i ricavi e i costi vengono contabilizzati nell’anno a cui si riferiscono, non certo nel regime per cassa. Si pensi ad un revisore legale dei conti che per ritardi nei pagamenti della società sottoposta a revisione, si sia trovato negli anni ad attendere di ricevere il proprio compenso, accumulando tre anni di crediti. Supponiamo che queste parcelle di tre anni di attività siano state saldate tutte nel 2018, è attendibile andare a vedere il reddito dell’anno 2018 ed escludere dal bonus dei 600 euro il revisore di cui sopra per superamento della soglia reddituale dei 50mila euro, quando in realtà lo sforamento è dovuto esclusivamente a ricavi straordinari non di competenza dell’anno? Evidentemente no. Questo professionista, con ogni probabilità, nell’anno 2019 è tornato ai suoi standard reddituali ordinari di sempre, spesso ben al di sotto non solo dei 50mila euro ma anche dei 35mila euro!

Ad oggi, una partita IVA dormiente, ferma, di un consulente con partita IVA e gestione separata INPS ha diritto all’indennizzo statale. Ma che tipo di danni ha avuto un professionista di questo tipo se non movimenta la partita IVA da anni e di conseguenza, non fatturando nulla, non versa neanche niente alle casse previdenziali dell’INPS? Chi ha subito un danno dall’emergenza da COVID-19, un consulente del lavoro con uno studio professionale che si vede bloccati gli incassi e che deve comunque garantire gli stipendi dei dipendenti e gli affitti dello studio professionale o una partita IVA dormiente di un professionista senza studio, senza spese, che semplicemente la mantiene aperta per “sbadataggine”? Secondo la norma il secondo: ha diritto al risarcimento il professionista “sbadato” e non ne ha diritto il professionista danneggiato realmente dalla crisi, solo perché ha dichiarato 51mila euro di reddito due anni fa, nel 2018.

Un collaboratore di uno studio di ingegneria che fattura 1.000 euro al mese al medesimo studio, ha diritto al bonus dei 600 euro? Si, perché al di sotto dei 35mila euro di fatturato. Lo studio di ingegneria con ogni probabilità no, perché supera i limiti reddituali. Qualcuno può spiegarmi perché mai un giovane collaboratore di studio senza spese (a parte un collegamento adsl e la benzina per recarsi in cantiere) avrebbe subito un danno risarcibile dallo Stato coi famosi 600 euro e lo studio di ingegneria non sarebbe meritevole di risarcimento?

Bisogna chiarire: è una misura di risarcimento per le partite IVA danneggiate o una misura di contrasto alla povertà generica?

Ma allora questa che misura è? Una misura di risarcimento per le partite IVA danneggiate o una misura di contrasto alla povertà generica? Perché se è una misura di contrasto alla povertà è giusto così: prima la partita IVA che fattura ZERO, prima il giovane collaboratore che fattura 15mila euro all’anno, dopo tutti gli altri.  Ma non è così, il decreto cura Italia ha introdotto degli indennizzi per i titolari di partita IVA in generale, per gli altri sono previsti gli ammortizzatori sociali.

A proposito di ammortizzatori sociali. In questi giorni i consulenti del lavoro stanno svolgendo un lavoro ingrato, contro tutto e tutti stanno cercando di far arrivare per tempo i soldi della cassa integrazione ai lavoratori. Il sito dell’INPS che non funziona, i call center degli enti che non rispondono, le norme poco chiare, le difficoltà sono tante. Non meritano la frustrazione di dover sentire il Presidente del Consiglio ringraziare pubblicamente in televisione i Caf e i patronati “per l’attività che stanno svolgendo”. Non lo meritano neppure i commercialisti, che da settimane stanno al fianco dei clienti facendo gli psicologi e che oggi si sono svegliati alle 5 del mattino per inviare le pratiche di indennizzo ad artigiani e commercianti. Sappiamo tutti poi come è finita la giornata di lavoro odierna, con il sito dell’INPS in tilt.

Giovanni Fanni

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